NOTIZIE futuro e politiche alimentari
Il fenomeno dell’Italian sounding si basa sulla capacità di proporre al consumatore prodotti che, per qualità, gusto e luogo di produzione, siano associati a un elemento “tipicamente” italiano. Può trattarsi di un nome simile a quello del prodotto “originario” (ad esempio il Parmesan), del nome della marca (rigorosamente di fantasia, ma sempre di matrice linguistica italiana: ad esempio, i sughi Da Vinci o Gattuso), come pure dell’utilizzo – nell’etichetta e nel packaging – di accordi di colori che richiamano esplicitamente l’Italia (l’uso del tricolore, ad esempio, oppure il paesaggio del golfo di Napoli e del Vesuvio).
L'italianità è infatti un richiamo molto forte: significa non solo qualità, bontà, semplicità ma anche stile, gusto, cultura.
Tutto iniziò con delle innocue bufale alimentari, leggende metropolitane che vedono annoverati tra i piatti tipici della tradizione italiana specialità che di Italiano hanno a malapena il nome, ma spopolano al di fuori di casa nostra.
Tra i più gettonati gli spaghetti with meatballs - di cui tutti ricordano la versione cinematografica nel cartone Lilli e il Vagabondo - che secondo l'immaginario collettivo sono un "classicone" nostrano, al pari dei diffusissimi spaghetti bolognesi - anche se a Bologna ancora si domandano chi li abbia inventati.
Ci sono poi le pizze con ingredienti assurdi, salame, ananas, banane, ostriche, patate fritte, solo per citarne qualcuno. Paese che vai usanza che trovi... vero è che in quelli anglosassoni abbiamo visto stemperare il pesto con la panna - stesso trattamento riservato alla carbonara dopo aver ovviamente rimpiazzato il guanciale con il bacon - e spolverare con del parmigiano un piatto di linguine allo scoglio.
Pazienza, fintanto che ci si limita ad adattare la tradizione gastronomica di un altro paese al palato locale gli unici danni che si possono fare sono quelli al proprio stomaco.
Il discorso però cambia quando si parla di contraffazione e falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy. Questo fenomeno si allarga a macchia d'olio, producendo sempre maggiori danni e, secondo le stime Coldiretti, costerebbe all'Italia più di 300.000 posti di lavoro. Dal rapporto "Agromafie", da Coldiretti elaborato con Eurispes nel 2013, Il fatturato del falso Made in Italy - nel solo settore agroalimentare - ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali. Soltanto negli Stati Uniti sono in commercio 20 miliardi di dollari di alimenti 'italian sounding', contro un'esportazione dell'alimentare italiano che vale circa 2 miliardi. Dieci volte meno.
Il fenomeno denominato "italian sounding" colpisce i nostri prodotti più rappresentativi – specie nei mercati emergenti, dove i falsi sono più economici - condizionando le aspettative dei consumatori e arrecando un danno d'immagine incommensurabile. Già i nomi di questi prodotti dovrebbero insospettire. Acquistare un Parma Salami prodotto in Messico, o una Mortadella Siciliana che arriva dal Brasile dimostra come l'assenza di gusto vada di pari passo con la totale ignoranza della geografia. Come si può pensare che una salsa Roman Style arrivi dalla California, il Pesto ligure dalla Pennsylvania, un condimento Bolognese dall'Estonia o un formaggio Pecorino possa essere prodotto in Cina con latte di mucca?
Che le denominazioni più famose - Grana Padano e Parmigiano Reggiano - siano anche le più copiate è scontato. Gli USA producono il Parmesan, in Brasile spopola il Parmesao, in Argentina il Regianito, solo per citarne alcuni. Ciò che è preoccupante è il diffondersi in rete di appositi Kit per la produzione casalinga dei più famosi formaggi italiani. Ed ecco come – grazie a un improbabile intruglio di pillole e polveri realizzate in tutto il mondo – sia possibile produrre a casa propria una mozzarella in soli 30 minuti.
La moda fai-da-te ha avuto inizio con i wine kit che nella sola Ue hanno portato ad una produzione stimata di circa 20 milioni di bottiglie l'anno. È inaccettabile che questi fenomeni siano tollerati all'interno dell'unione Europea. Ancora più grave, che azioni come quelle dell'Interpol, atte a bloccare in Gran Bretagna la vendita dei wine –kit, risultino assolutamente vane. Basta elaborare i nomi in modo fantasioso per tornare sul mercato in tempo record. Il Barolo diventa Barollo, il Cantia – che in inglese suona più o meno come Chianti – rimpiazza l'originale, Il Valpolicella si trasforma in Vinoncella e il Brunello di Montalcino lascia il posto al Monticino. Il fenomeno dell'Italian sounding esiste da anni e se non corriamo ai ripari per tutelare il nostro patrimonio agroalimentare, tempo qualche decennio tutta l'Europa potrebbe essere invasa da prodotti infimi con nomi vagamente nostrani. Il solo pensiero toglie l'appetito.
Per quanto riguarda il mondo della ristorazione un censimento non è fattibile, ma non è lontana dalla realtà la stima di settantacinquemila ristoranti che nel mondo, ad ogni tipo e livello, dichiarano di cucinare italiano. Quanto ci sia di veramente nostro nei prodotti impiegati e nelle ricette eseguite è tutto da discutere. Ma rappresenta un dato di fatto che l'italian sounding oggi domina nelle cucine del mondo.
La chiave di tanto successo è spiegabile con semplicità, la nostra cucina è: come nessuna altra naturale, facile da capire, immediata nei sapori e anche relativamente facile da insegnare e da imparare, almeno nei suoi elementi essenziali. Il successo della cucina italiana nel mondo è stato raggiunto grazie a quei professionisti, reclutati dagli anni '90 nei ristoranti o negli alberghi più prestigiosi, che hanno saputo offrire un'interpretazione autorale dei nostri piatti classici regionali, prima conosciuti solo tramite le preparazioni di “famiglia” degli emigranti degli anni '50.
EDITORIALE
5 CONSIGLI
ANTROPOLOGIA ALIMENTARE
EDUCAZIONE ALIMENTARE
FELICITA' ALIMENTARE